Diritto del lavoro

 

LE SEZIONI UNITE FANNO CHIAREZZA SULLE AZIONI ESPERIBILI DAL SOCIO LAVORATORE LICENZIATO E CONTESTUALMENTE ESCLUSO DALLA COOPERATIVA.

 

 

 

La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 27436 del 10.10.2017, pubblicata il 20.11.2017, si è pronunciata in merito all’esperibilità del ricorso avverso il licenziamento da parte del socio lavoratore definitivamente escluso dalla Cooperativa.
I contrasti interpretativi sorti in giurisprudenza riguardavano l’ipotesi in cui il socio che fosse stato licenziato e, per le medesime ragioni, escluso dalla Cooperativa (attraverso due distinti atti), si fosse limitato ad impugnare soltanto l’atto di licenziamento, rendendo così definitiva la delibera di esclusione.
Nel caso di specie, l’orientamento della Suprema Corte sembrava essersi consolidato nel ritenere il ricorso avverso il licenziamento inammissibile per carenza di interesse, stante la definitività dell’esclusione ed il conseguente scioglimento ex lege del contratto di lavoro.
L’intervento delle Sezioni Unite, pur confermando l’irrimediabile estinzione del rapporto lavorativo ove l’esclusione sia divenuta definitiva, ha la funzione di chiarire quali siano i margini di proponibilità del ricorso avverso il licenziamento nonché i relativi effetti in favore del socio.
Si tratta di tematica dalle molteplici implicazioni pratiche, avuto riguardo al fatto che, nelle Cooperative di produzione e lavoro, coesistono due distinti rapporti: l’uno associativo (tipico di qualunque Società) e l’altro lavorativo (il quale, a sua volta, può essere di vario tipo).
Ed è proprio dalla relazione esistente tra i due rapporti, con particolare riguardo alla loro fase estintiva,  che le Sezioni Unite ritengono occorra partire al fine di decidere se ammettere o meno l’azione autonoma avverso il licenziamento, non accompagnata dall’impugnazione della contestuale delibera di esclusione: “Sicché, a seconda del peso, maggiore o minore, che si riconosca a ciascuno dei due rapporti, di lavoro e associativo, si giunge a conclusioni diverse in relazione alla giustiziabilità del licenziamento del socio lavoratore che si accompagni alla delibera della cooperativa che lo escluda, qualora questa non sia impugnata”.
La tesi più risalente (Cassazione SS.UU. n. 5813/1989, avallata anche dalla Corte Costituzionale n. 30/1996) non riconosceva nemmeno l’esistenza del rapporto di lavoro tra la Cooperativa ed il socio, in quanto lo considerava incluso nel contratto sociale, come rileva la pronuncia in commento: Le prestazioni del socio lavoratore, si riteneva, integrano adempimento del contratto di società, per l’esercizio in comune dell’impresa societaria, di modo che non sono riconducibili a due distinti centri di interessi; lo scopo dei soci, i quali partecipano direttamente al rischio d’impresa, si specificava, è comune e trascende la mera collaborazione, proprio perché è connotato dall’associazione”.
Il rapporto di lavoro non aveva, quindi, alcuna autonoma rilevanza, stante l’unicità della causa negoziale del vincolo cooperativo.   
Tale impostazione tradizionale, caratterizzata, come detto, dall’egemonia del rapporto sociale, ha gradualmente ceduto spazio di fronte alle esigenze di protezione dei soci lavoratori, considerati contraenti deboli, tanto che la disciplina del lavoro cooperativo è stata sempre più contaminata dalle regole proprie del lavoro subordinato.
Tale equiparazione è stata riconosciuta anche dalla giurisprudenza di legittimità, che ha qualificato il rapporto de quo come pur sempre associativo, ma appartenente ad una “categoria contigua e interdipendente a quella del lavoro subordinato o parasubordinato”.
Il mutato indirizzo ha trovato attuazione normativa nella riforma della cooperazione di lavoro del 2001, laddove è stato espressamente previsto che, nelle Cooperative in questione, al rapporto associativo si aggiunge “un ulteriore e distinto rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi rapporti di collaborazione coordinata non occasionale” (art. 1 Legge n. 142/01).
Il principio della pari rilevanza tra i due anzidetti rapporti ha così avuto pieno riconoscimento giuridico, secondo lo schema del collegamento negoziale, come illustrato dalle Sezioni Unite in commento: La combinazione dei due rapporti, associativo e di lavoro, assume la veste di collegamento necessario, perché è animata dallo scopo pratico unitario dell’operazione complessiva, al perseguimento del quale entrambi sono indirizzati: il legame dei due rapporti innerva per volontà del legislatore la funzione del lavoro cooperativo”.
Tuttavia, a seguito delle modifiche apportate dalla Legge n. 30/2003, la parità tra i due rapporti è venuta meno, in quanto è stato espressamente previsto che il contratto di lavoro è, comunque, vincolato al possesso della qualità di socio, con conseguente cessazione automatica del rapporto lavorativo in presenza del recesso o dell’esclusione (art. 5, comma 2, Legge n. 142/01).
Coerentemente, è stata altresì disposta l’inapplicabilità dell’art. 18 dello Statuto lavoratori (e, quindi, della relativa tutela reale) qualora, insieme al rapporto di lavoro, si estingua anche quello associativo (art. 2 Legge n. 142/2001).
La disciplina di settore si è, pertanto, conformata alla previsione generale di cui all’art. 2533 c.c. (“qualora l’atto costitutivo non preveda diversamente, lo scioglimento del rapporto sociale determina anche la risoluzione dei rapporti mutualistici pendenti”).
Pertanto, in base alla normativa attuale, mentre dall’estinzione del vincolo sociale deriva anche quella del rapporto di lavoro, non vale il principio inverso, come rilevato dalle Sezioni Unite in commento: “Il collegamento, quindi, nella fase estintiva dei rapporti, ha assunto caratteristica unidirezionale. La cessazione del rapporto di lavoro, non soltanto per recesso datoriale, ma anche per dimissioni del socio lavoratore, non implica necessariamente il venir meno di quello associativo.
Ciò perché il rapporto associativo può essere alimentato dal socio mediante la partecipazione alla vita ed alle scelte dell’impresa, al rischio ed ai risultati economici della quale comunque egli partecipa, a norma del 2° comma dell’art. 1 L. n. 142/01.
[…] Sicché il socio, se può non essere lavoratore, qualora perda la qualità di socio non può più essere lavoratore. Lo si legge nel 2° comma dell’art. 5 della I. n. 142/01, il quale esclude che il rapporto di lavoro possa sopravvivere alla cessazione di quello associativo”.
La tesi dell’unidirezionalità del collegamento tra i due rapporti porta a confutare il recente orientamento giurisprudenziale (Cass. n. 1259/2015), secondo cui lo scioglimento automatico del contratto di lavoro non sarebbe configurabile ove la delibera di esclusione, pur definitiva, sia fondata soltanto sull’avvenuto licenziamento (per esempio in ipotesi di licenziamento disciplinare), poi dichiarato illegittimo.
In questo caso, sempre in base a tale impostazione, anche la delibera di esclusione, proprio in quanto basata sull’illegittimo recesso datoriale, sarebbe da ritenersi illegittima (nonostante non fosse stata ritualmente impugnata). Conseguentemente, il socio lavoratore avrebbe avuto diritto alla reintegra ex art. 18 Statuto lavoratori, poiché, non potendosi ritenere estinto il vincolo associativo, non avrebbe operato l’anzidetto divieto di cui all’art. 2 Legge n. 142/2001.
Al riguardo, le Sezioni Unite affermano che la tesi de qua, ove venisse accolta, stravolgerebbe il criterio di collegamento tra i due rapporti voluto dal Legislatore (nella specie, la dipendenza del contratto di lavoro dal vincolo sociale), deviando arbitrariamente l’attenzione su un aspetto irrilevante, quale è quello riguardante la motivazione della delibera di esclusione ormai definitiva: Quest’impostazione determina il capovolgimento della relazione di dipendenza prefigurata dal legislatore tra l’estinzione del  rapporto associativo e quella del rapporto di lavoro, che deriva dal collegamento tra essi.
È la caratteristica morfologica dell’unidirezionalità del collegamento fra i rapporti, difatti, a determinare la dipendenza delle loro vicende estintive, non già l’indagine, necessariamente casistica, sulle ragioni che sono poste a fondamento dell’espulsione del socio lavoratore”.
Chiarito che l’estinzione del rapporto sociale non può più essere messa in discussione una volta che la relativa delibera sia divenuta definitiva, la Suprema Corte tiene, comunque, a precisare che “Il nesso di collegamento tra rapporto associativo e rapporto di lavoro, tuttavia, per quanto unidirezionale, non riesce ad oscurare la rilevanza di quello di lavoro, anche nella fase estintiva.
Basta l’aggettivo “ulteriore”, tuttora contenuto nel testo novellato dell’art. 1 della I. n. 142/01, ad evidenziarla ed a sottolinearne l’autonomia”.
In ragione delle considerazione che precedono, la pronuncia in commento censura anche l’orientamento opposto a quello appena richiamato, in base al quale non vi sarebbe la necessità di un atto formale di licenziamento in aggiunta alla delibera di esclusione, nemmeno qualora la condotta del socio lavoratore sia idonea a ledere, al contempo, entrambi i succitati rapporti intercorrenti con la Cooperativa, “Orientamento del quale rappresenta logico corollario quello, già richiamato, secondo il quale l’omessa impugnazione della delibera di esclusione preclude l’esame dell’impugnazione del licenziamento”.
Ed invero, dalla duplicità dei rapporti giuridici pendenti tra la Cooperativa ed il socio lavoratore, non può che discendere la diversità degli interessi in gioco e, quindi, dei relativi atti estintivi nonché delle connesse tutele rimediali.
Tutele che rimangono inevitabilmente autonome, in quanto volte ad ottenere risultati differenti: il ripristino della qualità di socio e la conseguente restituzione del posto di lavoro, nel caso di ricorso avverso l’esclusione; il risarcimento del danno, nel caso di ricorso avverso il licenziamento (la proposizione di entrambi i ricorsi configura un’ipotesi di connessione di cause).
E ciò vale anche qualora i due distinti atti traggano origine dalla medesima condotta del socio lavoratore.
A parere delle Sezioni Unite, quindi, il nodo cruciale della questione è stabilire “l’interazione degli effetti rispettivamente scaturenti da ciascun atto, al fine della ricostruzione dell’apparato rimediale che si delinea al cospetto della soppressione del bene della vita costituito dal rapporto di lavoro”.
Stante il dato letterale del summenzionato II comma dell’art.5 Legge n. 142/01, a seguito della definitiva esclusione dalla Cooperativa, non è mai ripristinabile il rapporto di lavoro: “È la tutela restitutoria ad essere preclusa dall’omessa impugnazione della delibera di esclusione […] L’omessa impugnazione della delibera ne garantisce per conseguenza l’efficacia, anche per il profilo estintivo del rapporto di lavoro”.
Tale risultato è, invero, ottenibile soltanto a seguito dell’annullamento della delibera di esclusione, con la conseguente ricostituzione del rapporto sociale e, quindi, dell’ulteriore rapporto di lavoro.
A tal proposito, le Sezioni Unite puntualizzano che trattasi di tutela differente da quella, di matrice giuslavoristica, prevista dall’art. 18 dello Statuto lavoratori (cosiddetta tutela reale), la quale è, viceversa,   applicabile nelle residuali ipotesi in cui il licenziamento, dichiarato illegittimo, non sia stato accompagnato dall’esclusione del socio.
Fermo restando quanto precede, la Suprema Corte riconosce, comunque, al socio escluso la possibilità di far valere l’illegittimità del licenziamento subìto, al solo fine di ottenere il relativo risarcimento.
In altri termini, nell’ipotesi della contestuale emissione dei due atti estintivi, lo scioglimento del rapporto di lavoro, quale conseguenza ex lege della definitiva esclusione, non preclude l’accertamento dell’illegittimità del recesso datoriale e del connesso diritto risarcitorio: “L’effetto estintivo, tuttavia, di per sé non esclude l’illegittimità del licenziamento, come del resto non esclude l’illegittimità della stessa delibera di esclusione che sia fondata sui  medesimi fatti; né elide l’interesse a far valere l’illegittimità del recesso.
Qualora s’impugni il solo licenziamento, difatti, non si prescinde dall’effetto estintivo del rapporto di lavoro prodotto dalla delibera di esclusione.
Anzi: proprio perché la delibera di esclusione, essendo efficace, produce anche l’effetto estintivo del rapporto di lavoro, destinato a restar fermo per mancanza d’impugnazione della fonte che l’ha determinato, viene a determinarsi un danno.
Ed al danno si può porre rimedio con la tutela risarcitoria”.
Nel caso di specie, il danno da risarcire si identifica nell’illegittimità del provvedimento di licenziamento e, quindi, della delibera di esclusione fondata sui medesimi fatti.
Tuttavia, pur partendo dal medesimo presupposto (illegittimità delle ragioni del licenziamento) la domanda risarcitoria rimane, comunque, autonoma da quella restitutoria, la quale, come già detto, è imprescindibilmente connessa all’impugnazione della delibera di esclusione.
In tal senso le Sezioni Unite affermano: “Pretendere che chi intenda chiedere soltanto la tutela risarcitoria derivante dal licenziamento illegittimo debba impugnare la delibera di esclusione equivarrebbe ad assoggettare la fruizione della prima ad un presupposto proprio della tutela restitutoria conseguente all’invalidazione dell’esclusione.
Laddove, in virtù dell’art. 24 Cost., spetta al titolare della situazione protetta scegliere a quale tutela far ricorso per poter ottenere ristoro del pregiudizio subito.
Gli effetti derivanti dalla delibera di esclusione non s’identificano quindi con quelli scaturenti dal licenziamento.
Anzi: sono proprio gli effetti della delibera di esclusione a dare consistenza agli effetti risarcitori derivanti dal licenziamento illegittimo.
Il che sostanzia l’autonomia delle rispettive tutele …”.
La complessa ricostruzione compiuta dalla Suprema Corte, attraverso la sentenza in commento, conduce al seguente principio di diritto, destinato a risolvere ogni dubbio in merito alle azioni esperibili nell’ipotesi in cui il licenziamento sia accompagnato dall’esclusione: “In tema di tutela del socio lavoratore di cooperativa, in caso d’impugnazione, da parte del socio, del recesso della cooperativa, la tutela risarcitoria non è inibita dall’omessa impugnazione della contestuale delibera di esclusione fondata sulle medesime ragioni, afferenti al rapporto di lavoro, mentre resta esclusa la tutela restitutoria”.
Quanto, infine, alla tipologia di tutela risarcitoria concretamente applicabile al caso di specie (licenziamento dichiarato illegittimo ma socio definitivamente escluso), occorre puntualizzare quanto segue.
Partendo dai menzionati presupposti dell’impossibilità della reintegra sul posto di lavoro, nonché dell’inapplicabilità, in ogni caso, dell’art. 18 dello Statuto lavoratori (pur nell’attuale formulazione in cui la tutela risarcitoria ha in buona parte sostituito quella reale, stante il perdurare del divieto di cui al menzionato art. 2 Legge n. 142/2001), si pone il problema se il diritto al risarcimento previsto dall’art. 8 Legge n. 604/1966 con riguardo ai datori di lavoro di minori dimensioni, sia applicabile anche al di sopra dei prescritti limiti dimensionali, oppure se, in quest’ultimo caso, debba trovare applicazione la tutela risarcitoria di diritto comune.
Inoltre, con riferimento ai rapporti di lavoro instaurati successivamente all’attuazione della Legge delega n. 183/2014 (cosiddetto Jobs Act), si ritiene operante la normativa prevista nei relativi decreti attuativi, con esclusione, evidentemente, delle disposizioni che contemplano la tutela restitutoria.
A cura dell’avv. Francesco Cannavò

 

 

 

 

 

 

PRINCIPIO DI PREVALENZA DEL VINCOLO ASSOCIATIVO SUL RAPPORTO DI LAVORO IN COOPERATIVA E RELATIVE CONSEGUENZE PRATICHE. 

 

 

 

Nelle Cooperative di produzione e lavoro il rapporto mutualistico ha ad oggetto la prestazione di attività lavorative da parte dei soci, secondo le modalità stabilite dal regolamento interno.
I soci lavoratori, quindi, oltre a contribuire economicamente alla formazione del capitale sociale, mettono a disposizione della Cooperativa anche le proprie capacità professionali, come prevede la specifica normativa contenuta nella Legge n. 142/2001 oltre che nel codice civile.
In particolare, agli stessi è demandata la possibilità di concorrere alla gestione dell’impresa ed all’organizzazione dei processi produttivi, con il riconoscimento dei diritti sindacali compatibili con lo stato di socio lavoratore nonché dei trattamenti retributivi e previdenziali proporzionati alla quantità e qualità del lavoro prestato e, comunque, non inferiori ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva nazionale (per i lavoratori subordinati) o ai compensi medi per le prestazioni analoghe di natura autonoma.
La peculiarità sta, quindi, nella coesistenza tra il rapporto mutualistico, comune a tutte le tipologie di cooperative (che nel caso specifico si risolve nella possibilità di usufruire di occasioni di lavoro a condizioni più favorevoli a quelle di mercato), e quello lavorativo (che, a sua volta, può essere di varia natura), proprio delle cooperative di produzione e lavoro.
L’art. 1, comma 3, L. n. 142/2001 dispone, infatti, che “il socio lavoratore di cooperativa stabilisce con la propria adesione o successivamente all’instaurazione del rapporto associativo un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale, con cui contribuisce comunque al raggiungimento degli scopi sociali”.
Nei confronti dei soci con rapporto di lavoro subordinato è applicabile lo Statuto dei lavoratori, fatta eccezione per l’art. 18 nel solo caso in cui “venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo” (art. 2, comma 1, Legge 142/2001).
Indipendentemente poi dalla tipologia contrattuale, l’art. 5, comma 2, L. n. 142/2001 prevede in ogni caso che “il rapporto di lavoro si estingue con il recesso o l’esclusione del socio deliberati nel rispetto delle previsioni statutarie e in conformità con gli articoli 2526 e 2527 del codice civile. Le controversie tra socio e cooperativa relative alla prestazione mutualistica sono di competenza del tribunale ordinario”.
Con riferimento a tale ultimo capoverso, va precisato che l’interpretazione fornita dalla Suprema Corte (ordinanza n. 24917/2014) è attualmente quella di ritenere competente, in via generale, il Tribunale civile, sezione specializzata in materia di imprese, a meno che non si verta in ipotesi di connessione tra cause aventi ad oggetto il rapporto mutualistico e quello lavorativo di cui agli artt. 409 c.p.c. (controversie individuali di lavoro) e 442 c.p.c. (controversie in materia di previdenza e assistenza obbligatorie).
In tal caso, infatti, la competenza sarà del Tribunale del lavoro ai sensi dell’art. 40, III comma, c.p.c..
Dalla lettura sistematica delle norme citate, emerge chiaramente come non sia possibile per il socio lavoratore, che sia uscito dalla compagine sociale per esclusione o recesso, mantenere il proprio rapporto di lavoro con la Cooperativa (e ciò anche in assenza di un ulteriore atto volto a formalizzarne la cessazione), in quanto la qualifica di socio rappresenta il presupposto stesso attraverso cui si realizza lo scambio mutualistico, secondo quel principio di prevalenza del rapporto sociale rispetto a quello lavorativo, ormai pacificamente accolto dalla giurisprudenza di legittimità:
“Analizzando il complesso delle disposizioni normative sopra richiamate questa Corte ha osservato (Cass. n. 14741/2011) che il legislatore ha qualificato il lavoro cooperativo come un rapporto caratterizzato dal concorso di una molteplicità di cause collegate ed ha, quindi, superato la cosiddetta teoria monista, secondo la quale la prestazione della attività lavorativa da parte del socio altro non era se non lo strumento attraverso il quale venivano perseguiti l’oggetto sociale e la soddisfazione dello scopo mutualistico.
Peraltro il legislatore, con la modifica apportata agli artt. 1 e 5 della Legge n. 142/2001, pur ribadendo la coesistenza, nella cooperazione di lavoro, di una pluralità di rapporti contrattuali e la conseguente irriducibilità del lavoro cooperativo ad una dimensione puramente societaria, ha voluto evidenziare che i rapporti medesimi sono legati da un nesso genetico e funzionale di interdipendenza, in ragione del quale il contratto di società costituisce un presupposto ineliminabile per la valida sussistenza del rapporto di lavoro subordinato del socio lavoratore”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 3836/2016
“Questa Corte ha perciò affermato che sussiste un rapporto di consequenzialità fra il recesso o l’esclusione del socio e l’estinzione del rapporto di lavoro, tale da escludere anche la necessità di un distinto atto di licenziamento”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 2802/2015 che riprende la motivazione di Cass. n. 14741/2011
“Il rapporto associativo è preminente rispetto al rapporto di lavoro, sussistendo una consequenzialità tra gli stessi. Per cui, in presenza di comportamenti lesivi di entrambi, non è necessario un distinto atto di licenziamento e, se il provvedimento di esclusione viene meno, il socio avrà diritto alla loro ricostituzione”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 9916/2016
Ne consegue che la delibera di esclusione, una volta divenuta definitiva, rende intangibile l’estinzione del rapporto lavorativo, così da far divenire irrilevante l’eventuale valutazione sulla legittimità del licenziamento.
Pertanto, al socio lavoratore escluso non rimarrà che opporsi alla delibera, entro sessanta giorni dalla relativa comunicazione, ai sensi dell’art. 2533 c.c., e ciò anche qualora le ragioni dell’esclusione siano ricollegabili proprio alla risoluzione del rapporto di lavoro (in tale ultima ipotesi è bene però ribadire che la competenza sarà del Tribunale del Lavoro, in ragione di quanto detto sopra).
Acclarato, quindi, come l’esclusione o il recesso del socio comportano automaticamente lo scioglimento del rapporto di lavoro (sia esso subordinato o autonomo) intercorrente con la Cooperativa, non rimane che chiarire i potenziali dubbi di natura pratico-applicativa.
Può accadere, ad esempio, che la Cooperativa, oltre a deliberare l’esclusione del socio lavoratore (come detto sopra, già da sola sufficiente a far cessare il rapporto lavorativo),gli intimi, contestualmente o con separato atto, il formale licenziamento (nel caso, ovviamente, di rapporto di lavoro subordinato).
Orbene, anche in tale peculiare ipotesi il socio lavoratore non potrà limitarsi a ricorrere avverso il solo licenziamento, bensì dovrà impugnare la delibera di esclusione, nella forma e nei termini tassativamente previsti dal succitato art. 2533 c.c., e ciò proprio in ragione degli anzidetti principi normativi.
L’eventuale azione giudiziale “autonoma” contro il solo provvedimento risolutivo del contratto di lavoro,innanzi al Tribunale del Lavoro secondo il rito “Fornero”, sarebbe, infatti, ritenuta carente di interesse (perciò inammissibile), in quanto il rapporto alle dipendenze della Cooperativa risulterebbe, comunque, irrimediabilmente cessato una volta divenuta definitiva la delibera di esclusione dalla compagine sociale.
“Da detti principi discende che, ove la esclusione venga disposta, il socio che contesti l’atto risolutivo dovrà necessariamente opporsi alla delibera, nelle forme e nei termini previsti dall’art. 2533 c.c., e ciò anche allorquando la società abbia intimato il licenziamento, giacché il difetto di opposizione rende definitivo lo scioglimento del rapporto sociale e produce gli effetti previsti dall’art. 5, comma 2, della Legge n. 142/2001, rendendo inammissibile per difetto di interesse l’azione proposta per contestare la legittimità del solo licenziamento”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 3836/2016
“In realtà i due rapporti che formano la complessa posizione contrattuale del socio lavoratore di cooperativa risultano collegati in base ad un nesso genetico e funzionale, tale per cui – in linea di principio – non può esistere l’uno senza l’altro, perché i due rapporti stanno o cadono insieme. Perciò in presenza di un’esclusione non impugnata non può essere dichiarata l’illegittimità del licenziamento né ripristinato il solo rapporto di lavoro, venendo in tal modo alterata la disciplina legale sulla complessa figura; all’interno della quale l’esistenza della posizione sociale è pregiudiziale rispetto alla nascita, allo svolgimento ed alla stessa esistenza in vita del rapporto di lavoro (nesso genetico e funzionale)”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 6373/2016
“Il che implica, fra l’altro, che, rimosso il provvedimento di esclusione, il socio avrà diritto alla ricostituzione del rapporto associativo e del concorrente rapporto di lavoro…”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 14741/2011 e negli stessi termini Cass. n. 14143/2012; Cass. 11548/2015
Un’altra questione di non indifferente rilevanza pratica è quella della necessità, ai fini dell’automatica cessazione del rapporto di lavoro, della rituale comunicazione al socio lavoratore della delibera di esclusione, e ciò indipendentemente dalla notifica dell’eventuale autonomo atto di licenziamento.
Solo in tal caso, infatti, il rapporto sociale potrà dirsi estinto con il conseguente scioglimento del contratto di lavoro, risultando priva di valenza giuridica la conoscenza in via di fatto dell’avvenuta esclusione.
“In sostanza, data la gravità degli effetti che scaturiscono dalla sua adozione, essendo la delibera di esclusione idonea ad estinguere ad un tempo sia il rapporto associativo sia il rapporto di lavoro, essa deve essere comunicata al lavoratore.
La soluzione appare rispondente sia alla disciplina generale ex art 2533, ult.comma. c.c.; sia, a maggiore ragione, a quella speciale ex L. 142/2001 per la valenza costituzionale rivestita del rapporto di lavoro la necessità della cui protezione non sarebbe per nulla garantita ove potesse prodursi la sua estinzione, anche ex lege, pur in difetto di qualsivoglia comunicazione al lavoratore dell’atto che la produce (ancorchè di natura societaria). Sarebbe poi, in ogni caso, illogico e paradossale che un atto con effetti estintivi duplici – che autorizza a non emettere alcun licenziamento per estinguere il rapporto di lavoro o che renderebbe carente di interesse la stessa controversia pendente sul licenziamento comunque già intimato – possa essere adottato senza essere neppure comunicato al lavoratore.
Pertanto, per quanto attiene la speciale figura del rapporto di lavoro del socio di cooperativa, la disciplina di legge (ex art. 2533 c.c.) va integrata nel senso che alla delibera di esclusione si applicano, in base ad una esigenza di coerenza logica e di sistema, quanto agli oneri di comunicazione, i medesimi principi valevoli per il provvedimento di licenziamento.
[…] Non costituisce comunicazione della delibera di esclusione la restituzione della quota sociale, né la sua produzione nel corso del giudizio avverso il licenziamento”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 6373/2016
Altrimenti, la comunicazione del solo licenziamento (nei confronti del socio lavoratore subordinato) avrebbe l’effetto di far cessare esclusivamente il rapporto lavorativo, con la conseguenza che in tal caso i rimedi avverso gli eventuali provvedimenti illegittimi e le relative tutele saranno quelli previsti dal rito del lavoro, come chiarito dalla giurisprudenza della Suprema Corte:
“Pertanto, per le ragioni fin qui addotte, in mancanza di qualsiasi comunicazione della delibera di esclusione, il procedimento contro il licenziamento segue il suo corso e dovrà essere trattato in quanto tale, come un normale giudizio su un caso di licenziamento. E non decorre alcun termine di impugnazione ex art. 2533 c.c.. Gli effetti descritti dall’art. 2 L. 142/2001 che precluderebbero l’applicazione dell’art.18; e quelli ancora più radicalmente estintivi previsti dall’art. 5 L. 142/2001 come mod. dalla L. 30/2003 (che precluderebbero l’applicazione di tutto l’apparato normativo formale, causale e remediale del licenziamento) presuppongono che la delibera di esclusione sia stata comunicata al lavoratore.
[…] Va poi avvertito che nel caso in esame non potendosi discutere della tutela da assicurare al socio lavoratore ex artt. 2 e 5 L 142/2001, stante la mancata comunicazione della delibera – non potendosi cioè riconnettere nessun effetto alla delibera di esclusione – la tutela da assicurare al lavoratore sarà quella normale che discende dal giudizio sul solo licenziamento”.
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, n. 6373/2016
Per quanto riguarda, infine, l’anzidetta inapplicabilità dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nei casi in cui la cessazione del rapporto di lavoro subordinato sia contestuale allo scioglimento del vincolo sociale (sulla base del succitato principio generale di cui all’art. 2 Legge n. 142/2001), va, tuttavia, menzionato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, qualora l’esclusione si sia basata soltanto sull’intervenuto scioglimento del rapporto lavorativo (per esempio, in ipotesi di licenziamento disciplinare), l’eventuale dichiarazione di illegittimità del licenziamento stesso comporterebbe l’invalidità derivata della delibera di esclusione.
Così ragionando, la tutela prevista dall’art. 18 sarebbe pienamente applicabile, in quanto in tal caso il rapporto sociale non potrebbe considerarsi interrotto, stante l’illegittimità dell’esclusione: “Infatti il cit. art. 2 prevede che ai soci lavoratori di cooperativa con rapporto di lavoro subordinato si applichi lo Statuto dei lavoratori, compreso il relativo art.18, salvo che venga a cessare, col rapporto di lavoro, anche quello associativo.
In altre parole, qualora il rapporto di lavoro non si sia risolto in ragione della cessazione del rapporto associativo, ma – al contrario – quest’ultimo sia cessato a cagione dell’intimato licenziamento del socio lavoratore (come avvenuto nella vicenda in oggetto), non ricorre la fattispecie eccettuata dal summenzionato art. 2 e, quindi, si applica la disciplina ordinaria di reintegrazione nel posto di lavoro del lavoratore illegittimamente licenziato”.
Cassazione civile, Sez. Lavoro, n. 3634/2017. In senso conforme: Cass. n. 1259/15; Cass. n. 17868/14; Cass. n. 6224/14; Cass. n. 14143/12.
Tuttavia, tale orientamento deve considerarsi ormai superato a seguito dell’intervento delle Sezioni Unite (sentenza n. n. 27436 del 10.10.2017), con cui è stato ribadito che la mancata impugnazione della delibera di esclusione non consente mai la prosecuzione del rapporto di lavoro, nemmeno qualora sia riconosciuta l’illegittimità del contestuale licenziamento, ferma restando, in tal caso, la tutela risarcitoria (sull’argomento vedasi l’articolo che precede).
A cura dell’avv. Francesco Cannavò

 

 

 

 

 

 

LA CORTE COSTITUZIONALE CONFERMA L’OBBLIGO PER LA COOPERATIVA DI CORRISPONDERE AI SOCI LAVORATORI TRATTAMENTI ECONOMICI NON INFERIORI A QUELLI PREVISTI DAI CCNL DI CATEGORIA SOTTOSCRITTI DALLE ORGANIZZAZIONI COMPARATIVAMENTE PIU’ RAPPRESENTATIVE.

 

 

 

                                      

Con la sentenza n. 51 del 26.03.2015, la Corte Costituzionale ha ritenuto manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 4, del D.L. n. 248/2007 (convertito dall’art.1, comma 1, legge n. 31/2008), per violazione degli artt. 39 e 41 della Costituzione, sollevata dal Tribunale di Lucca in data 24.01 2014.
Il predetto articolo statuisce testualmente che “Fino alla completa attuazione della normativa in materia di socio lavoratore di società cooperative, in presenza di una pluralità di contratti collettivi della medesima categoria, le società cooperative che svolgono attività ricomprese nell’ambito di applicazione di quei contratti di categoria applicano ai propri soci lavoratori, ai sensi dell’articolo 3, comma 1, della legge 3 aprile 2001, n. 142, i trattamenti economici complessivi non inferiori a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria”.
Il Giudice a quo aveva eccepito l’illegittimità costituzionale della succitata norma in quanto, nell’ipotesi di più contratti collettivi di settore, imporrebbe ingiustificatamente l’applicazione del trattamento retributivo non inferiore a quello previsto dai contratti stipulati dalle organizzazioni più rappresentative,  senza prima effettuare alcuna valutazione, ai sensi dell’art. 36 Cost., del contratto collettivo specificamente applicato per affiliazione sindacale dall’impresa.
In particolare, secondo il Tribunale toscano, la norma in questione, estendendo autoritativamente l’efficacia dei contratti collettivi sottoscritti dalle maggiori OO.SS., avrebbe alterato la fisiologica concorrenza intersindacale, violando così l’art. 39 Cost..
La Corte Costituzionale non ha condiviso tale prospettazione, ritenendo, invece, che l’art. 7, comma 4, del D.L. n. 248/2007, non attribuisca efficacia erga omnes ai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative, ma si limiti semplicemente a considerare i trattamenti economici complessivi minimi, ivi previsti, come “parametro esterno” di riferimento ai fini della corretta valutazione della proporzionalità e della sufficienza della retribuzione, ex art. 36 Cost., da corrispondere ai soci lavoratori.
La recentissima sentenza statuisce, infatti, che “nell’effettuare un rinvio alla fonte collettiva che, meglio di altre, recepisce l’andamento delle dinamiche retributive nei settori in cui operano le società cooperative, l’articolo censurato si propone di contrastare forme di competizione salariale al ribasso, in linea con l’indirizzo giurisprudenziale che, da tempo, ritiene conforme ai requisiti della proporzionalità e della sufficienza (art. 36 Cost.) la retribuzione concordata nei contratti collettivi di lavoro firmati da associazioni comparativamente più rappresentative”.
La predetta norma, quindi, non impone l’applicazione di un unico contratto collettivo a tutti i lavoratori appartenenti alla medesima categoria, ma garantisce soltanto la corresponsione, ai soci delle cooperative di lavoro, dei minimi retributivi stabiliti nei CCNL del settore firmati dalle OO.SS. più rappresentative, in quanto idonei ad assicurare il rispetto dei requisiti di sufficienza e proporzionalità di cui all’art. 36 Cost., come, peraltro, già affermato dalla giurisprudenza di legittimità (ex multis, Cass. n. 17583/2014).
Alla luce di quanto statuito dai Giudici costituzionali, i CCNL che prevedano, per i soci lavoratori, un trattamento economico inferiore a quello garantito dai contratti collettivi nazionali del medesimo settore, stipulati dalle maggiori organizzazioni datoriali e sindacali, saranno, limitatamente alla parte concernente la retribuzione, inapplicabili.
A tal proposito va osservato come il Ministero del Lavoro, con la Circolare n. 7068 del 28.04.2015, abbia immediatamente segnalato la sentenza della Corte Costituzionale alle Direzioni territoriali del lavoro, confermando così l’azione di contrasto al dumping contrattuale nel settore cooperativo.
La predetta Circolare ministeriale ribadisce che, ai fini della determinazione della base imponibile contributiva, occorre far riferimento esclusivamente al contratto collettivo di categoria sottoscritto rispettivamente da Cgil, Cisl, Uil (quali parti sindacali) e da Agci, Lega Coop, ConfCooperative (quali parti datoriali).
Conseguentemente, qualora la Cooperativa applichi ai soci lavoratori un differente contratto collettivo, gli ispettori dovranno procedere al recupero delle differenze retributive, mediante l’adozione della diffida accertativa ai sensi dell’art. 12 del D.lgs. 124/2004.
A cura dell’avv. Francesco Cannavò